Per te...

Sabato mattina

Sabato mattina lento e noioso. Ho tante cose da fare. Voglia zero. Vorrei vederti. Chissà cosa fai, a cosa pensi. Vorrei delle tue foto da guardare nei minimi dettagli per quando non ti ho vicino. Cioè sempre. Non riesco a scattartene una, nonostante porti la macchina fotografica al lavoro quasi ogni giorno.

Il tuo profilo WhatsApp mi regala Ralph e Vanellope. Credo rappresentino te e tuo marito. Un semplice disegno che mi parla del tuo lato romantico e del fatto che cerchi protezione in lui. È un uomo fortunato.

Allora torno alla solita foto trovata sul web. Tu, di tre quarti, con la divisa da pallavolo blu con i bordi gialli. Quel sorriso a metà tra il divertito e il malizioso. Sembri parlare con un'amica. Febbraio 2017. Sono passati nove anni e non sei cambiata quasi per niente. Guardo quella foto e mi chiedo cosa stessi pensando in quel momento. Da quanto giocassi in quella squadra. Se fossi mai stata presente a qualche partita in cui giocava mia moglie.

Mi accorgo che non sono domande su di me. Sono domande su di te. Forse è questo il punto. Io non vorrei sapere cosa pensi di me. Vorrei sapere chi sei davvero.

La vecchia forma mentis cybersecurity, retaggio di un lavoro serio che non ho concretizzato perché costretto a lasciare (la famiglia prima di tutto), mi spinge verso l'OSINT. Ma mi sono promesso che non lo farò. L'etica e il bene che ti voglio non me lo permettono. Una ricerca banale su Google Images è l'unica cosa che mi sono concesso. Niente dorks, niente strumenti particolari. Niente scorciatoie. Niente accessi privilegiati. Mi sembrerebbe di entrare in casa tua senza permesso.

Resto sul divano. Guardo la libreria. Poi il soffitto. Penso che quella libreria non mi sia mai piaciuta. E per un attimo immagino di averti lì accanto a discuterne. Poi mi fermo. Perché non so nemmeno se saresti d'accordo con me. Forse no. Forse ti piacerebbe. La verità è che non lo so.

E mi accorgo che molte delle cose che credo di sapere di te sono deduzioni.

Frammenti.

Ipotesi.

L'unica cosa che conosco davvero sono i pochi momenti in cui ti ho vista abbassare la guardia. Ricordo ancora quando uscirono i voti del dirigente. La tua voce era più alta del solito. Eri sarcastica. Ironica. Arrabbiata. Lì ho visto qualcosa che normalmente nascondi.

La grinta.

Una parte di te che avevo intuito ma che non avevo mai visto così chiaramente. Forse per questo continuo a pensarti. Perché dietro la persona che vedo ogni giorno ho la sensazione che ce ne sia un'altra che conosco appena. Ed è quella che vorrei incontrare.

Nel frattempo resto qui. A immaginarti accanto alle cose più normali della mia vita. È una cosa che mi fa male. Mi fa male non averti accanto. Mi fa male sapere che mia moglie non sa nulla di tutto questo. Io le voglio bene. Ci sono problemi tra noi, differenze che negli anni si sono allargate, ma non abbastanza da cancellare il bene che provo per lei.

Se guardo la mia vita e vedo tutto ciò che non è stato, la responsabilità principale è mia. La mancanza di coraggio. Le idee accantonate. Le scelte rimandate. Le rinunce accettate senza combattere. Non la odio per questo e non la odierò mai.

Il problema sono sempre stato io.

Non è l'intensità dell'affetto che è diminuita. È cambiata la sua natura. Non la odierò mai, l'amore che le ho dato e mi ha dato, no permette odio futuro. Impossibile. Però qualcosa tra noi non esiste più da tempo.

Sta rientrando. Tra poco uscirò con lei. E io resto qui, senza sapere come uscire da questo disagio interiore. Mi piace pensarti. Mi piace desiderarti.

Ma non poter trasformare tutto questo in nulla di reale produce una sofferenza che riesco quasi a toccare. E forse c'è anche un altro problema.

Ti immagino. Ti completo. Ti attribuisco pensieri, gusti, risposte.

Quando in realtà vorrei soltanto conoscere la persona vera. Sapere cosa vuoi dalla vita. Cosa ti rende felice. Cosa ti fa arrabbiare. Chi sei quando nessuno ti guarda.

Vorrei averti vicino e basta. Ma non è possibile.

E probabilmente non lo sarà mai.