In viaggio
Arrivo in albergo e mi butto sul letto. Finalmente in camera. Ho già fatto un giro per la città. È carina, ordinata. Domani vedrò meglio il mare.
Oggi ho passato ore in macchina con mio figlio accanto. Era agitato per la scuola, per gli scrutini, per il torneo, per il viaggio. Parlava in continuazione. A un certo punto ci supera una Ferrari e lui parte con la descrizione: i cilindri, la potenza, i cavalli.
Io ascolto. O almeno ci provo. Perché ogni tanto mi assento.
Mentre lui parla, io immagino Lei accanto a me. Mi sorride. Mi chiede se sono stanco, se voglio fermarmi un po'. Mi dice che è contenta di fare questo viaggio insieme. E io le dico che non sono stanco. Che sono felice di averla accanto. Che è bellissima. Che il suo sorriso e i suoi occhi mi fanno battere il cuore.
Per qualche secondo quella scena mi rende felice. Poi torno alla realtà. E la realtà è che accanto a me c'è mio figlio. E allora mi sento in colpa.
Come faccio a pensare a Lei mentre lui mi parla? Come faccio a essere altrove mentre lui è lì?
A un certo punto da Metrolist parte "Outro" degli M83.
E sento qualcosa salire. Non piango, ma ci vado vicino. Perché non sto pensando soltanto a Lei. Sto pensando a una quantità di cose che non esisteranno mai. Non cammineremo mai insieme sul lungomare di questa città. Non entreremo mai insieme in questa stanza. Non mi sveglierò mai accanto a lei. Non faremo mai l'amore. Non ci sarà mai un noi.
La parola che mi accompagna oggi è impotenza. Non perché non sappia cosa voglio. Lo so. L'impotenza è sapere che puoi desiderare una cosa con tutto te stesso e non poterci fare nulla.
A un certo punto mi accorgo che mio figlio si è accorto di qualcosa. Lo vedo con la coda dell'occhio. Si gira verso di me. Poi torna a guardare la strada. E smette di parlare. Lui, che parla sempre. Quel silenzio mi colpisce più di quanto vorrei. Mi vergogno. Mi sento immaturo. Mi sento irresponsabile. Mi sento papetico.
Per un attimo ho paura che possa vedere dentro di me. Che possa capire.
Adesso sono qui. Da solo. Con il computer aperto. E la prima immagine che mi torna in mente non è la canzone:
...creature dei miei sogni si sollevano e danzano con me...
Non è il viaggio. Non è nemmeno quel silenzio. È Lei. Se fosse qui, seduta su questo letto, non credo che le direi nulla. L'abbraccerei. La bacerei. Poi la riabbraccerei forte.
Perché alla fine, sotto tutto il resto, sotto le domande, sotto la vergogna, sotto le paure, sotto i ragionamenti che faccio ogni giorno, c'è una verità molto semplice.
Mi manca... perennemente